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La crescita dimensionale di una BCC provoca “contraddizione di scala” e determina il divorzio col modello di cooperazione protetta e incentivata dall’art.45 della Costituzione

Gli studi sul credito cooperativo hanno da tempo attribuito alle BCC (già Casse Rurali ed Artigiane) tre anime: bancaria, cooperativa e localistica

Gli studi sul credito cooperativo hanno da tempo attribuito alle BCC (già Casse Rurali ed Artigiane) tre anime: bancaria, cooperativa e localistica. Il che ne fa un unicum nel sistema bancario, che proprio ad esse deve la sua biodiversità.

Nel dibattito provocato dalla incorporazione invertita della Banca 2021 nella più piccola BCC dei Comuni Cilentani questa triplice anima viene ignorata. Si considerano solo gli aspetti bancari, trascurando del tutto i profili cooperativi e mutualistici.

L’angusta prospettiva porta a conseguenze aberranti, come quella di auspicare, attraverso l’incorporazione, il gigantismo della BCC, nonostante che sia stato dimostrato da ricerche anche di matrice internazionale (Oxford 1965), che la crescita dimensionale, oltre un certo livello, provoca l’involuzione del sodalizio cooperativo, che si manifesta con la disaffezione dei soci, lo scollamento del corpo sociale dagli organi di governo, la diserzione delle assemblee, il distacco dal paradigma di cooperazione costituzionalmente tutelato ed incentivato, dal momento che l’art. 45 Cost. accorda protezione alla cooperazione “a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”.

Per “carattere di mutualità”, secondo ricerche condotte sugli atti dell’Assemblea costituente, si intende l’autogoverno e l’autodeterminazione della cooperativa e, quindi, il rispetto della sovranità assembleare e del diritto dei soci di partecipazione effettiva alla vita della società.

Oltre che per ragioni giuridiche, il gigantismo è censurabile anche sotto il profilo strettamente economico. È dimostrato che l’incremento dimensionale della cooperativa fino ad un certo livello ha effetti positivi riconoscibili nelle “economie di scala”, ma una eccessiva crescita dimensionale provoca “contraddizioni di scala” costituite, come va ribadito, dalla crisi di identificazione e dall’allentamento in vario modo dei vincoli associativi, con la forte compromissione del principio democratico-partecipativo, fulcro dell’impresa cooperativa.

Il gigantismo spingerà verso attività speculative, con concentrazione dei rischi, piuttosto che verso impieghi di limitata entità, diffusi sul territorio, a favore delle minori imprese, degli artigiani, dei commercianti, delle famiglie, secondo le prassi e i valori identitari del credito cooperativo e la sua naturale, storica funzione localistica.

Del resto, con la legge 8 aprile 2016, n. 49 istitutiva dei gruppi bancari, le BCC si vedono obbligate a confluire in un gruppo, sicché oggi l’aggregazione rende – in linea di principio – superflua ed inopportuna la concentrazione.

Sicché l’aggregazione è forma di organizzazione della categoria che, nel rispetto del pluralismo aziendale, della funzione mutualistica e non speculativa e del ruolo localistico delle BCC, assicura loro quei rapporti di coordinamento e quei vincoli di solidarietà categoriale che ne garantiscono solidità ed efficienza.

La gestione di gruppo, in sostanza, costituisce la vera alternativa alla concentrazione aziendale.

L’aggregazione persegue gli stessi obiettivi: introduzione delle innovazioni tecnologiche, programmazione centralizzata, efficientamento funzionale, economie di scala, etc. senza tuttavia togliere alle singole aziende il potere delle decisioni operative tarate sulle specifiche esigenze territoriali, nella prospettiva di un irrinunciabile, effettivo vincolo localistico.

Desta sgomento constatare che un sindacalista, accanito fan di chi vuole questa sconsiderata incorporazione, intervenga a gamba tesa e con gratuita polemicità contro i 700 soci che hanno chiesto la verifica assembleare della opportunità dell’incorporazione.

Avrebbe fatto bene a confrontare prima le sue idee con quelle del Movimento Cooperativo britannico che curò la ricerca che rivelò le gravi contraddizioni di scala connesse al gigantismo delle cooperative, con riferimento ad atti particolarmente significativi, qual è la partecipazione dei soci alle assemblee e alle votazioni.

Ricerca che rivelò tassi di assenteismo tanto più elevati quanto più vasta era la dimensione della cooperativa (Ostergaard-Halsey, Power in Cooperatives. A Study of Democratic Control in British reail societies, Oxford, 1965), con l’immancabile esito finale della perdita dei valori cooperativi e dello smarrimento dell’identità. (comunicato stampa)

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